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Un po' di Storia

Parrocchie > Parrocchie Val Taro > Pieve di Campi

In Antico

II paese uno dei pochi (sei in tutto) della diocesi di Piacenza, dedicati a San Paolo Apostolo.
Si adagia alla destra del Taro poco dopo la confluenza del torrente Lubiana in terreno alluvionale. In un ecosistema del genere verrebbe da pensare che non sia possibile trovare reperti archeologici che facciano luce sul suo passato. Eppure sono emersi alcuni "isolotti" nel laghetto artificiale del frantoio Ferrari.
Tre di essi sono ancora visibili e sono disposti su una traiettoria che dallo spuntone roccioso del Cornate si orienta, pare, verso un’altra sporgenza rocciosa della sponda opposta poco dopo la confluenza dell’Ingegna nel Taro.
L’impresa addetta all’estrazione di materiale litologico ha tentato di rimuovere quei "residui" ingombranti, ma inutilmente. Sono risultati la parte superiore di piloni di ponte su cui poggiavano le arcate; la parte sommersa è sostenuta da una piattaforma a sei metri di profondità.
Non si ha memoria di ponti, ma questi reperti sono una testimonianza risalente al tardo impero o forse ad epoca bizantina. Il fluire incessante del Taro, che trascinava materiale alluvionale contribuì, specialmente con le piene, ad innalzare l’alveo del fiume fino a giungere alle arcate riducendo il ponte ad una barriera contro cui l’irruenza delle acque del Taro si abbatté travolgendolo rovinosamente.
Una località, all’estremo sud della parrocchia in zona Caffarasca, denominata "la Chiesa", fa pensare che in antico ci fosse una chiesa, come documentato da una Carta in cui oltre le Pievi sono segnate le cappelle dell'Emilia nei sec. XII-XIV, in cui naturalmente non appare ancora Pieve di Campi.


Quando sorse Pieve di Campi

Logica vorrebbe che iniziasse con l’arrivo e la diffusione della fede cristiana in zona ad opera di insediamenti militari bizantini o di centri o celle monastiche, dalle quali i Monaci si muovevano per bonificare zone incolte, coltivare terreni, selezionare piante ed arbusti da frutto, anche con l’importazione, ma soprattutto per far conoscere la fede cristiana.
Questo però si inserisce nella storia di Campi al tempo del Monastero di S. Paolo, dalla cui scomparsa trae origine la Pieve di Campi, sorta certamente presso un considerevole nucleo abitativo probabile coevo di quello di Campi.
AI tempo del Monastero di S. Paolo di Mezano Compiano aveva già la sua pieve, come è facile dedurre dal regesto N° 141: «1208 settembre 26. Ind. XII Mezzano (infra monasterium). Oberto, abate del Monastero di Mezzano, presenti e consenzienti i Frati Bononino, Anrio, Bernardo, Antonino, Armanno, altro Armanno, Bono, Alberto, dà in fitto perpetuo a Caracossa figlio del fu Ugo Cavalcabove quanto il Monastero possedeva a Codonio e Cipímarcelli per il canone annuo di 3 soldi imperiali da consegnare nella pieve di Compiano, avendo 10 soldi piacentini per l’investitura.
Confini: Arcina; Croce di Arina; strada di Monte Alto; Monte Alto.
Testi: Lorenzo di Boali; Abate di Roncare; Paolo di Cavolo; Pietro di Giovanni Ferrario; Tedaldo di Savignono.
Notaio: Crollamonte di Mezzano».
Inoltre, dal "Fondo Landi", N° 217: "1224, giugno 20. Ind. XII. Compiano (ad plebem). Opizo abate del Monastero di S. Paolo di Mezano dà in fitto a Valdetario di Cassinamala per un quarto; a Rolando di Cassinamala per un altro quarto, ed a Giovanni ed Alberto di Cassinamala per metà quanto ha nella braida vicino alla pieve di Compiano, sopra e sotto di essa diviso in sei pezze di terra per il canone annuo di 4 sol. piac. avendo 20 soldi piac. per l’investitura.
Testi: Litolfo arciprete della Pieve di Compiano; Martino di Compiano; Tancredi di Hosti".
Questo nuovo "ordinamento" s’andò attuando durante il XII secolo, in modo non drastico, perché a Campi il Monastero era ancora efficiente nel 1230, 17 febbraio (sia pure ormai in fase di "smobilitazione", se così si può dire). Infatti vien da pensare così leggendo il regesto N° 309 del Fondo della Famiglia Landi:
«1230 febbraio 17. Indíz. IV Compiano.
Oberto di Balbo de Campis; Alberto e Biloffo de Campis; Mazaferro de Campis; Armanno de Campis; Oberto di Boverio de Campis; Bernaro di Andevrando de Campis; Pietro de Campis; lacobo de Campis; Giovanni di Ardendo di Ronco; Rainaldo canonico medico; Pagano di Strabella; Marcacio di Strabella; Rolando di Cassinamala; Giovanni Ferrario di Cazerasca; Bernardino di Cazerasca; Godano di Codonio; Pezagno di Cazerasca; Tedaldo di Gezo; Rustico di Arzina; Campelo di Cazerasca; Tonso di Cazerasca; Ribando di Cazerasca; Giovanni di Segnorado di Cazerasca; Oberto di Landolfo; Salvato di Ugo di Alegra e tutti di Campi di Compiano chiedono ad Opizo abate del monastero di Mezzano di cedere i suoi diritti sulla valle del Taro ad lacobo figlio di Armanno Cavalarini.
Testimoni: Ambroxio di Zero; Oberto Tamagrani; Giovanni de Camporis; Gandolfo di Casale; Otto di Nevreto. Notaio Falco di Campis».
Proseguendo la lettura dello stesso regesto, nella stessa data si legge:
«Villa de Campis (in villa de Campis). Guglielmotto di Campis; Ugo ed Arduino di Campis; Guglielmo di Balbo di Campis; Giovanni di Balbo di Campis; Martino Vacario di Campis; Ugo di Balbo dì Campis; Ferrario di Campis chiedono ad Opizo abate del monastero di Mezzano ed al capitolo di cedere ad lacobo figlio di Armanno Cavalarini i loro diritti nella valle del Taro.
Testimoni: Alberto e Biloffo di Gisaligio; Lanfranchino di Buali. Notaio: Fulco di Campis».
Segue ancora un’altra richiesta dello stesso tenore redatta sempre: «Villa de Campis. (in villa de Campis)».
Non è il caso di richiamare altri documenti editi per assodare che Compiano aveva la sua pieve con il suo pievano-arciprete ed il Monastero di S. Paolo aveva il suo abate, autonomi ed indipendenti.
Più difficile invece congetturare fino a quando l’abate Opizo con i suoi monaci siano stati nel monastero e nell’oratorio e le ragioni per cui hanno lasciato il territorio.
Verrebbe da pensare che nel 1254 fossero già andati via perché in un contratto di affitto stipulato nella Villa de Campis, il 29 novembre di detto anno, fra i testimoni, compaiono tra gli altri: Bilofo, canonico della pieve di Compiano, Oberto prete della pieve di Compiano e Oberto Abrae anche lui canonico della pieve di Compiano (Reg. 536 del Fondo Landì).
Lascia perplessi l’idea che dai predetti canonici della pieve di Compiano che arrivavano fino alla Villa de Campis fosse venuta la proposta di far costruire una chiesa in luogo dell’Oratorio monastico (rimasto isolato e forse in rovina con la partenza dei Monaci, comunque "totalmente distrutto" nel 1576) nell’agglomerato abitativo con il titolo di Pieve di Campi, come è attualmente, e lo spirito campanilistico aveva buon motivo per accendersi.
Con la tranquillità che viene da documenti scarsi, ma sicuri, editi e quindi consultabili, passo ad altra documentazione: Visita del Card. Castelli.
Visita Card. G. Battista Castelli (17 sett. 1579)
Non è possibile riportare tutta la lunga relazione scritta della visita apostolica fatta dal Card. Castelli il 17 settembre 1579, quindi necessariamente si riportano le notizie più significative.
«Nel luogo Campi sotto la giurisdizione di Borgo Val di Taro c’è la Pieve di S. Paolo, di cui è arciprete il Rev. Giovanni Ruffini, dottore in utroque jure, di 68 anni. II reddito annuo è di 38 scudi e 12 scudi di incerti; ha 100 lire di tassa. e anime tenute alla comunione pasquale sono 200 circa.
Le case che distano più lontano non superano i mille passi o quasi senza l’intermezzo di torrente.
Si conserva continuamente la santa Eucaristia in un certo tabernacolo con la lampada sempre accesa a spese della Confraternita del Corpo di Cristo, da poco costituita.
Il Battistero è in pietra, ma non posto in luogo conveniente perché, come già nella visita passata, doveva essere rimosso e collocato all’ingresso della chiesa nella parte sinistra. Il Battistero doveva avere il "piramidale", il coperchio. Mancava il confessionale, che si doveva fare e si doveva chiudere il Cimitero entro tre mesi, pena I’interdetto».
La prima parte della visita si conclude così: "Dal luogo predetto (della chiesa) dista mille passi circa un oratorio totalmente distrutto e non si sa di chi sia, cosa abbia, a chi spetta ed è posto nel mezzo dei boschi nella stessa parrocchia".
La relazione scritta della visita si conclude con  uesta decisione: "Nel luogo in cui un certo oratorio che un tempo era stato costruito si pianti solamente una grande croce di legno".

 
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