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Un po' di Storia

Parrocchie > Parrocchie Val Taro > Tarsogno

La vostra solitudine
montagne
la vostra azzurra libertà
anelo
per istintivo moto,
le vostre acque
a le cui polle fresca la voluttà carezza
le mie labbra
e i salubri molteplici profumi I per cui l’aria odoro
come puledra giovane d’esperienza e d’emozione...


Sono le parole suggerite a Giovanna They dalla visione dei monti che circondano il Pagus Tarsuneus citato nella Tabula alimentaria di Velleia di epoca traianea, ovvero quel tertium signum che era terza tappa della Via Claudia, diretta a Lucca: Tarsogno, o "sogno del Taro" come orgogliosamente viene definito da chi lo abita e da chi lo ama.
Il paese sorge alle pendici del monte Zuccone, a 822 m. d’altitudine, in una zona ricca di acque oligominerali, (vi si trova lo stabilimento per l’acqua minerale «La Ducale»), che la leggenda vuole sia stata attraversata dall’esercito di Annibale.
Tra le famiglie che dominarono Tarsogno, (un tempo dotato di Castello), ricordiamo i Malaspina, i Fieschi, Conti di Lavagna, che nel 1202 lo vendettero al Comune di Piacenza, il quale a sua volta lo cedette in feudo ai Conti Lande di Compiano.
Ai tempi di Maria Luigia d’Austria (prima metà del secolo scorso), la posizione di confine tra Ducato di Parma e Regno di Sardegna rese Tarsogno un rifugio per disertori di varia provenienza e per contrabbandieri, i cosiddetti «spalloni»: essi "...andavano dai contadini, comperavano i polli a paia, riempivano le gabbie con circa 25 paia... se li caricavano sulle spalle e via sino alla destinazione, la Liguria: tutto a piedi, e nel ritorno si caricavano di nuovo di baghè piene di olio che riportavano ai contadini dai quali prendevano il pollame. Pensare che dei chilometri ne facevano.
Le osterie erano scarse; era una manna quando si potevano riposare un po’ e bere un buon bicchiere di vino nostrano e inzupparvi dentro un po’ di pane.
(...) Dove dovevano riposarsi, per lo più, cercavano una fonte per potersi dissetare e per intingere il pane nell’acqua fresca, perché era diventato duro per l’aria presa durante il cammino. Lì c’era anche la "posa" z per posare la gabbia e poterla riprendere sulle spalle con meno fatica.
Quando c’era una carovana di più spalloni, il primo appoggiava la gabbia sulla posa, poi aiutava gli altri, e così quando ripartivano". ( Eugenio Camisa, Gli spalloni, in AA VV. La scuola di Tarsogno, a cura di L. Trombi, Parma 1975).
Altro mestiere tipico di Tarsognini e Tornolesi fino a qualche decennio fa era quello dello scudesen, artigiano che creava vari tipi di ceste, dette corbe, valli, cavagne, papere o sissole, a seconda della forma e del materiale che veniva intrecciato.
Proverbiali per la loro abilità nel commerciare, i Tarsognini hanno saputo adeguarsi ai tempi, facendo del loro paese uno dei centri turistici più rinomati della provincia, con numerosi ristoranti, alberghi e locali di intrattenimento.
Ne ricordiamo uno per tutti, ora purtroppo in completo abbandono: "La nave", raro se non unico esempio di edificio costruito proprio a forma di imbarcazione.
Anche oggi Tarsogno continua ad essere un paese che richiama molti visitatori, soprattutto nel periodo estivo. Tra le attrattive offerte anche quella della buona cucina: particolarmente degne di nota le tradizionali testarelle di grano saraceno, originarie della Val Malenco e probabilmente portate in zona dalle truppe napoleoniche.
Il territorio di Tarsogno conta parecchie frazioncine e numerosi luoghi di culto: la nuova Chiesa Parrocchiale dedicata a S. Stefano, costruita negli anni '50-'60 per iniziativa di Don Ettore Cogni; la Chiesa di S. Pietro; l’Oratorio di S. Rocco; il Santuario della Madonna del Carmine. Questi sono i templi più importanti: ma la devozione popolare ha disseminato l’intero paese di cappellette, maestà, lapidi votive.


 
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