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Un po' di Storia

Parrocchie > Parrocchie Val Ceno > Drusco

Non molto lontano dall’antico Calice, a poco più di due chilometri di distanza, si trova Drusco certamente non meno antico, se il suo nome SALTUM DRUSIANUM compare nella sesta colonna della Tavola Alimentaria Traiana venuta alla luce a Veleia nel 1747. Il "prezioso monumento che è il più grande scritto su bronzo di epoca romana, designa i fondi ipotecati per un reddito annuo di 1.164.000 sesterzi (la stima del Fondo in totale Drusco: chiesa e campanile era di 27.407.792 sesterzi) destinati ad alimentare 300 fanciulli di cui 12 fanciulle.
Il Saltus Drusianus (= pascolo boschivo di Drusco) era ipotecato da una certa Gittia Marcella con le due colonie Magimagiana e Ferrania, poste nel Pago Salvio Veleiate confinava con Antonio Vero, con l’esecutore Popilio e Lucio, fratelli degli Erenni Nevii, pascolo boschivo, il cui reddito è stimato 100.000 sesterzi da cui Gittia deve ricevere 8.050 sesterzi. (De Lama TAVOLA ALIM. TRAIANA, PR 1819).
Così se per Calice c’è un cippo funerario in memoria di Avenzia e del marito ad attribuirne l’origine romana, per Drusco c’è il suo nome immortalato nella Tavola Alimentaria di Traiano di Veleia del 110 d.C. Si può quindi    ritenere che i due paesi siano coevi.
Tra il 1404 ed il 1409 dal vescovo Seregno di Bobbio il castello e territorio di Calice, e perciò anche quello di Drusco, venne dato in feudo a certi Della Cella - come dice il Pezzi nella cronologia dei Vescov - ma né prima di quell’epoca, né poi parla di Calice e di Drusco; e d’altronde la notizia sopra citata è poverissima.
Nell’anno 1452 Mons. Marziano Buccarini, Vescovo di Bobbio, a suo nome e a nome della Mensa Vescovile in Bobbio, per rogito del Notaio e Cancelliere Vescovile Antonio Ratto, dà il suo assenso alla vendita fatta da Giuliano e Bartolomeo fratelli Dalla Cella del fu Bartolomeo ai Marchesi Malaspina di Mulazzo di tre parti e mezza del Castri Rocchae podii et territorii de Calice.
Detti Della Cella avevano ceduto ai Malaspina tutti i diritti che su dette terre avevano. Il che porta Mons. Vescovo, con tutte le formule volute di diritto e di fatto, con l’imposizione dell’anello d’oro, ad investire ad feudum honorificum et gentilitium i predetti Malaspina, discendenti legittimi. Da ciò deriva chiaramengte che il Vescovo pro tempore di Bobbio aveva pieno dominio sul territorio dipendente da Calice e per tre parti e mezzo (non è spiegato di più) avendo i Della Cella, che ne erano stati investiti, ceduto prima il loro diritto ai Malaspina, il Vescovo, come padrone, intervenne per darne l’investitura ai medesimi.
Nel documento sono ricordati: Fontanino, Fontanachiosa, M. Capello, lo, Fontanon, Montenero, Maggiorasca, Tomarlo, La Ciossa, Fontana du Sambu Ciborio; Villa di Cino, di Volpara, di Ser delle nicchie con le statue... (dal Chronicon).
La chiesa di Santa Maria Assunta di Drusco, già nel 1369, si trova nell’Extimum Cleri Bobiensis, conservato nel Registro Campione della Mensa Vescovile, come dipendente dalla Pieve di Calice. E Drusco includeva nel suo territorio Casalporino e Romezzano con Volpara, Cese, Spora, Gesiola e Fornolo, come si rileva nella Visita Pastorale del 1597 fatta dal Prevosto della Cattedrale di Bobbio e Vicario Episcopale Francesco Flegrara per incarico del Vescovo Mons. Eugenio Camozzi, originario di Lugano.
Non si hanno motivi chiari, ma è un fatto che nella Visita Past. di Mons. Aulari del 5 Maggio 1606, "dopo il pranzo il Vescovo salì alla chiesa di S. Apollinare di Calice, sotto la Pieve di S. Maria di Drusco".
A tener presente il decreto di Mons. Manara del 7 Dicembre 1722, con cui Calice, Casalporino e Romezzano furono erette in parrocchie autonome, smembrandole da Drusco, ne consegue che Calice non fu privata solo del titolo di Pieve, ma anche del titolo di parrocchia indipendente nel periodo 1600-1722. La ragione si potrebbe trovare forse nell'Editto di Mons. Bernardino Illicino del 1590?
Il decreto di Mons. Manara del 1722 trovò il pieno assenso anche da parte del Duca di Parma, Francesco I Farnese, che ne costituì la dote in 50 staia di frumento ai tre parroci di Calice, Romezzano e Casalporino, ormai indipendenti da Drusco, ma l’arciprete di Drusco riscuoteva 12 staia di frumento dal rettore di Calice, 12 da quello di Romezzano e 16 da quello di Casalporino. Tale dote ducale però, verso il 1780, per cambiamento di Governo nel Ducato non si somministrava più ai parroci (o forse si fermava a Compiano?) delle tre parrocchie predette, per cui anche l’arciprete di Drusco avrà dovuto rinunciare al prezioso provento.
Il Molossi annota: «I poverelli e qualche onesta fanciulla di questa parrocchia ricevono sussidi e dote da un istituto fondato dal pio sacerdote D. Agostino Agazzi di questa villa, con testamento del 17 agosto 1823, autorizzato da sovrano rescritto del 24 gennaio 1826; il quale istituto ha una rendita annua di circa 430 lire nuove e viene amministrato dal Comitato di beneficenza di Bedonia».
Non si conosce l’epoca dell’edificazione della chiesa parrocchiale di Drusco, dedicata a Maria Ss. Assunta; anzi, sembra costruita a più riprese. Risulta però essere stata consacrata da Mons. Cornaccioli, Vescovo di Bobbio nell’anno 1730, il giorno 10 luglio.
Nel CHRONICON, registro reso obbligatorio nel Sinodo Diocesano del 1899, si possono rilevare notizie di avvenimenti più recenti.
D. Giacinto Pugni ricorda la sua attività, i lavori fatti e la grave malattia per cui ebbe "travasi di sangue al cervello che lo tennero per quasi due giorni continuamente fuori di sé. e sarebbe miseramente perito sui monti dove erasi rifugiato, se certa Musa Maria Zanelli di Selvola, dato l’allarme, non avesse chiamato tutti i parrocchiani, che ritrovarono il parroco tutto lacero e grondante sangue. Lo stesso don Giacinto annota le feste, la febbre tifoidea nell’ottobre 1921, il morbillo nel 1924, i "disordini scoppiati tra fascisti e comunisti" nel parmigiano, e termina presentando il suo successore, don Adolfo Moglia, con cui gli furono "comuni gli anni dolcissimi del Seminario" e parte per S. Albano il 22 ottobre 1922.
D. Adolfo Moglia annota il triste Natale 1923 perché lo spaccarsi di una lampadina accesa ha incendiato gli oggetti infiammabili che formavano il presepio, come pure descrive i lavori di restauro della chiesa e del campanile, il muraglione, la sagrestia, porta della chiesa, la statua in legno della Madonna del S. Rosario ordinata presso la ditta Runggaldier (costata lire 1.120), le feste e... il terremoto:
«Uno strano terremoto con probabile epicentro tra il M. Ragola ed il Tomarlo, operando con maggiore intensità entro la linea Varese Ligure-Borgotaro-Bardi, terrorizzò questa vallata, con scosse più o meno forti sempre a brevi intervalli per il lungo periodo dal 28 ottobre al 25 dicembre 1927 (si protrarrà per oltre un anno).
Le popolazioni abbandonavano di notte le case rifugiandosi nelle cascine per timore di tristi sorprese durante il sonno.
Lo scrivente (don Adolfo) ricorderà sempre la prima notte, 28 ottobre, venerdì, trascorsa in aperta campagna attorno ad un gran fuoco fra la sua popolazione sbigottita ed invocante aiuto dall’alto; ricorderà le notti, trascorse in un vicino cascinale di proprietà del sig. Botti Raimondo, completamente insonni..."Parroco e fedeli elevano preghiere a Dio per ottenere la cessazione del flagello attraverso l’intercessione di S. Francesco Solano.
"Detto S. Taumaturgo apportò a oratorio di S. Giovanni Battista a Selvosa e a questa popolazione le più larghe benedizioni e faccia sì che abbiano a ripetersi anche qui le ammirabili conversioni che per opera sua ebbero a svolgersi nelle lontane Americhe, sia pure per mezzo del terremoto".
La statua di S. Francesco Solano arrivò in parrocchia nel marzo del 1928.
II 27 luglio 1930 inizia la lunga cronaca di don Agostino Viviani, che occupa quasi tutta la seconda metà del 1° volume del Chronicon. La sua ricca cronaca, oltre ai lavori per la chiesa e la canonica, annota anche quelli intrapresi a vantaggio di tutta la popolazione e per lo sviluppo della montagna: strada, acquedotto, scuola... ma anche la questione di confini fra frazionisti di Selvola e Volpara, il fallimento delle Banche Raguzzi, S. Antonino e Lunardini, la discordia fra Drusco e Selvola per una vecchia campana... la controversia per la vetta dei Pennino.
II 2° volume del Chronicon è occupato da oltre 73 pagine, redatte dalla grafia di don Agostino, che vanno dal 1939 al 1971, gran parte delle quali riguardano le feste i pellegrinaggi e le attività pastorali, ma riescono oltremodo interessanti quelle del periodo bellico. In merito a questo sacerdote, cappellano degli Alpini, e figura leggendaria nella storia dell’alta Vai Ceno, si può ricordare come sia nato il 12 febbraio 1888, entrato nella grande famiglia francescana e ordinato sacerdote il 29 giugno 1911; fu poi incardinato nella diocesi di Bobbio nel 1922. Dopo la campagna militare della prima guerra mondiale fu nominato arciprete di Drusco il 27 luglio 1930 e vi morì il 30 dicembre 1970.
Anche la chiesa di Drusco, come ogni altra di antica data, ha acquistato e custodito nel tempo oggetti preziosi di culto.
Al primo posto il Ciborio monumentale, del XVII secolo, opera di ignoto artigiano lombardo, in legno intagliato dorato, policromo; misura cm. 250x21 0x75. Il corpo centrale è a tempietto su doppia coppia di colonne tortili con capitello corinzio, portante, entro il timpano la figura dell’Eterno Padre in rilievo, fra nuvole e, al centro (coperto dal tabernacolo), una testa policroma, in rilievo, di cherubino; sui fianchi: nicchie rette da piccole cariatidi ai lati, contenevano in origine piccole statue. Analogo tempietto nella parte superiore, sul retro la scritta:
ARCHIPRESBITER MUSA FACIENDUM CURAVIT A. 1662
ARCHIPRESBITER TASSUS PERFICIENDUM ANNO 1678
Il prezioso monumento è stato recentemente restaurato per intervento della Soprintendenza ai BB.AA. della Provincia di Parma e Piacenza.
Ancona policroma, che si svolge secondo i toni prevalenti del rosso e dell’oro, su doppie lesene colorate a corolle di fiori rossi sovrapposti e a piccoli ovali trasversi verdi poggiano mascheroni a volti rossicci e capelli dorati con frange nere legate da nastri d’oro e cariatidi sovrastanti in veste rossa; il coronamento a frontone è spezzato con al centro la figura del Padre Eterno benedicente, fra le nuvole, entro tempietto.
Pulpito in legno intagliato e policromo della prima metà del XIX secolo.
Confessionale, opera apprezzabile, in legno intagliato e intarsiato del XIX secolo.
Coro, opera di artigianato locale di fine XVIII secolo.
In verità molte sono le opere di culto conservate nella chiesa, ne ricordiamo soltanto qualche altra: un calice del 1488 donato da un Lusardi in onore della Vergine Maria, un Reliquiario di S. Fermo, un Ostensorio ambrosiano, un trono processionale, il Fonte battesimale di età romanica, una campana di forma cinquecentesca del 1602...
Infine ricordando le varie frazioni: Revoleto, Pursy, Casa Jaroli, Casa Ratti, Casa Botti e Selvola, va tenuto presente come in quest’ultima vi sia un bell’oratorio dedicato a S. Giovanni Battista. Inaugurato il 24 giugno 1931, vi si festeggia la Madonna della Guardia fin dal 29 agosto 1931 e vi si onora anche S. Teresina del Bambin Gesù dal 1933.
Le brevi memorie storiche tratte dal Chronicon e le varie opere di pregio custodite non sono che un segno della vitalità e dello spirito che animava pastori e fedeli di Drusco (come del resto anche quelli degli altri paesi). C’è da augurarsi che anche i fedeli dei nostri giorni conservino quello spirito che costituisce la base e la radice per costruire un futuro ugualmente ricco di opere e di valori, che danno un senso più pieno alla vita.

 
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